Il riuso non riguarda solo chi riceve, ma anche chi partecipa. In molte realtà italiane ed europee, infatti, il riuso viene utilizzato come strumento per l’inclusione attiva di persone in condizione di fragilità: giovani con disabilità, persone con disagio psichico, disoccupati, ex detenuti, donne vittime di violenza, migranti.
Attraverso attività pratiche legate al riuso – catalogazione, manutenzione, smistamento, riparazione, logistica – queste persone vengono coinvolte in percorsi di formazione, empowerment e reinserimento, dove il valore non è solo nell’oggetto recuperato, ma nella persona che lo ha reso possibile.
Laboratori protetti o di comunità dove persone con disabilità imparano a riparare piccoli elettrodomestici;
Cooperative sociali di tipo B che inseriscono lavorativamente soggetti svantaggiati nella filiera del riuso;
Progetti intergenerazionali dove anziani trasmettono saperi tecnici (falegnameria, sartoria, meccanica) ai più giovani attraverso il restauro di oggetti usati;
Workshop di economia circolare con adolescenti a rischio, che diventano promotori del riuso nei propri quartieri.
L’inclusione attraverso il riuso produce un impatto doppio: ambientale e umano. Permette di ricostruire reti, dignità, percorsi di autonomia. È un modo per ridare senso e funzione a ciò che la società spesso tende a scartare, siano essi oggetti o persone.